In totale sono già dodici i territori che hanno attivato ordinanze specifiche per limitare o sospendere le attività nelle ore più critiche della giornata.
Le ultime ad aggiungersi sono Friuli Venezia Giulia e Campania, che si sommano a un elenco già ampio composto da Veneto, Lazio, Umbria, Toscana, Liguria, Puglia, Piemonte, Emilia-Romagna, Lombardia e Abruzzo.
Quando scatta lo stop al lavoro per il caldo
Le restrizioni entrano in vigore nei giorni in cui i sistemi di monitoraggio del rischio termico segnalano condizioni pericolose per chi lavora all’aperto. In particolare, viene utilizzata la piattaforma Worklimate, sviluppata da INAIL e CNR, che valuta il livello di rischio per la salute dei lavoratori.

Quando il sistema indica un livello alto di esposizione al calore, le Regioni possono attivare lo stop alle attività più pesanti nelle ore centrali della giornata.
Nella maggior parte dei casi, il blocco riguarda la fascia oraria tra le 12:30 e le 16:00, considerata la più critica per il rischio di colpi di calore, disidratazione e malori.
Settori coinvolti: chi si ferma
Le ordinanze riguardano soprattutto i lavori svolti all’esterno, dove l’esposizione diretta al sole è continua.
Tra i comparti più colpiti ci sono:
- agricoltura e florovivaismo
- edilizia e cantieri stradali
- attività estrattive come cave
- logistica nei piazzali esposti
- servizi di consegna e rider urbani
In molte Regioni le disposizioni resteranno attive fino alla fine di agosto, mentre in alcune aree potranno arrivare fino a metà settembre, in base all’andamento delle temperature.
Come viene calcolato il rischio caldo
Il sistema Worklimate non si basa solo sulla temperatura dell’aria. Il modello integra diversi fattori:
- umidità atmosferica
- intensità del vento
- radiazione solare
- tipo di attività fisica svolta
Il risultato è una valutazione più precisa dello stress termico reale, che tiene conto anche dello sforzo richiesto al lavoratore.
Quando il rischio viene classificato come elevato, le amministrazioni locali possono attivare automaticamente le ordinanze di sospensione.
In alcune Regioni sono previste deroghe specifiche. Ad esempio, il Friuli Venezia Giulia ha introdotto una flessibilità per il settore turistico nelle aree balneari, dove l’attività non può sempre essere sospesa.
Tuttavia, questa apertura richiede comunque valutazioni locali per bilanciare sicurezza e continuità dei servizi.
Il nodo ancora aperto: fabbriche e capannoni
Le misure attuali si concentrano soprattutto sul lavoro all’esterno, ma resta aperto il tema degli ambienti industriali.
All’interno di molti stabilimenti, infatti, le temperature possono diventare elevate a causa di macchinari, forni e processi produttivi continui. In questi casi, però, le ordinanze regionali non intervengono direttamente.
La gestione del rischio caldo ricade quindi sulle norme generali di sicurezza sul lavoro, che impongono ai datori di lavoro di adottare misure preventive adeguate.
Con l’aumento delle ondate di calore, il dibattito si sta spostando verso una possibile regolamentazione nazionale più uniforme. L’obiettivo sarebbe includere non solo i lavori all’aperto, ma anche quelli in ambienti industriali soggetti a temperature elevate.
Intanto, per molti lavoratori, il messaggio è chiaro: quando il caldo diventa pericoloso, il lavoro può davvero fermarsi — ma non in tutto il Paese allo stesso modo.






