Addio a Peppe Farnetti, primo dj del Piper, morto a 79 anni: con lui se ne va un pezzo della Roma beat, quella delle notti in via Tagliamento, dei dischi messi al momento giusto e delle luci psichedeliche che avrebbero accompagnato anche i concerti dei Pink Floyd. Farnetti veniva da Villa Fiorelli, aveva lavorato alla Rca, viveva tra impianti, vinili e intuizioni quando il mestiere del dj non aveva ancora un nome preciso.
Il ricordo è corso subito tra chi ha attraversato la notte romana e nel gruppo “Vent’anni di Roma by night”: non solo un tecnico, non solo uno che sceglieva i dischi, ma uno degli uomini che accesero il Piper di via Tagliamento. I funerali sono previsti nella chiesa di piazza Euclide, dentro quella geografia romana che ha accompagnato tutta la sua storia.

Dal Piper di via Tagliamento alla nascita del dj romano
Il Piper Club non era un locale qualunque. Nella seconda metà degli anni Sessanta, in quell’ex garage del quartiere Coppedè, Roma provava a guardare Londra, ma lo faceva a modo suo: più istintiva, più sfacciata, meno disciplinata. Sul palco passavano gruppi, orchestre, cantanti, ragazzi con i capelli lunghi e ragazze che non avevano più voglia di chiedere permesso.
Peppe Farnetti entrò in quel mondo senza mettersi in posa. Era l’uomo dell’impianto, chiamato a governare un sistema di amplificazione allora molto avanti, progettato da un gruppo di ingegneri per reggere una nuova idea di spettacolo.
Il dj, in Italia, di fatto non esisteva ancora. C’erano presentatori, tecnici del suono, animatori, operatori di cabina. Farnetti mise insieme tutto, senza annunci e senza teoria. Al Piper, tra un’esibizione e l’altra, capì una cosa semplice e decisiva: il pubblico non poteva essere lasciato nel vuoto. La musica registrata poteva tenere viva la serata, accompagnarla, spingerla da un’altra parte. Oggi sembra normale. Allora era un mestiere che si inventava sera dopo sera: scegliere il brano giusto, farlo partire al momento giusto, sentire la temperatura della sala.
Roma, in quegli anni, ascoltava ancora molta musica tradizionale. Il gusto comune passava da nomi rassicuranti. Farnetti, invece, cercava altro. Comprava dischi da Consorti, in viale Giulio Cesare, seguiva le novità americane, guardava alla Motown, al soul, ai gruppi emergenti, ai Vanilla Fudge. Non faceva il profeta. Aveva orecchio. Capiva prima di molti che la notte aveva bisogno di un suono diverso: meno educato, più fisico, più vicino ai ragazzi che riempivano la pista.
Mixaggi con un piatto e un registratore: la notte prima delle console
Il mestiere di Peppe Farnetti nacque in una cabina con pochi mezzi e molte idee. Oggi una console digitale permette di sovrapporre tracce, correggere tempi, filtrare frequenze, salvare scalette infinite. Al Piper degli anni Sessanta, invece, si lavorava con un piatto, un registratore e parecchio istinto. Farnetti usava quello che aveva. Inventava passaggi tra i brani durante gli intervalli dell’orchestra. Il mixaggio non era ancora una tecnica codificata: era un gesto fisico, quasi teatrale, fatto di mani, attese, volume e colpo d’occhio.
La sua forza stava lì: intuire che il disco non era solo un riempitivo. Poteva diventare regia. In una serata del Piper, l’energia cambiava in pochi secondi. Bastava sbagliare ingresso, abbassare troppo la tensione, scegliere un pezzo fuori tempo emotivo. Farnetti imparò a leggere quei segnali. Guardava la sala, sentiva il rumore dei corpi, misurava l’impazienza. Non era ancora il dj star, non aveva davanti una folla arrivata per lui. Ma stava preparando quel terreno.
Per questo chi ha vissuto la Roma by night lo ricorda con tanto affetto. Farnetti apparteneva a una generazione che costruiva il nuovo senza manuali. Cavi, piatti, nastri, luci, dischi importati: strumenti di lavoro, certo, ma anche pezzi di un linguaggio che stava nascendo. Dietro l’immagine scintillante del locale c’era un lavoro minuto, fatto di prove, errori, aggiustamenti. Lui non si limitava a seguire la serata. La teneva insieme.
Le luci per i Pink Floyd e l’invenzione dell’“op pop light”
La parte più sorprendente della storia di Peppe Farnetti riguarda le immagini. Al Piper, il suono non bastava. Il locale voleva colpire anche gli occhi, spiazzare, accompagnare la musica con un mondo visivo capace di stordire e sedurre. In quel clima Farnetti sperimentò l’“op pop light”, un effetto ottenuto sovrapponendo due immagini sfalsate con i carousel Kodak per diapositive. Il movimento alternato delle mani produceva una vibrazione ottica e trasformava le pareti in superfici vive.
Non era tecnologia spettacolare come la intendiamo oggi. Era ingegno analogico: proiettori, diapositive, ritmo e manualità. Proprio per questo resta una storia interessante. Racconta un tempo in cui l’effetto speciale non usciva da un programma, ma dalla capacità di usare gli oggetti oltre il loro scopo normale. Farnetti faceva così: prendeva strumenti comuni e li portava dentro una scena nuova. Quel lavoro accompagnò anche i concerti dei Pink Floyd, quando la band inglese passò dal Piper e trovò un luogo già pronto alla psichedelia.
Il legame con i Pink Floyd non è solo una nota da curriculum. Dice molto dell’aria che si respirava in quel locale romano. Le luci, le immagini sdoppiate, i colori in movimento, la musica che allungava le forme del rock: tutto contribuiva a creare una grammatica notturna diversa. Farnetti era dentro quel laboratorio. Non da spettatore privilegiato, ma da artigiano della percezione. Prima che la parola “visual” diventasse un’etichetta da festival, lui aveva già capito che un concerto poteva essere anche un’esperienza totale.
Da Città 2000 ai jukebox restaurati: l’eredità di un pioniere
Dopo il Piper, Peppe Farnetti continuò a vivere dentro la musica, cambiando banco di lavoro. Aprì Città 2000, negozio di dischi in viale Parioli, che per molti appassionati romani diventò una porta aperta sul catalogo internazionale. Nei primi anni Ottanta, grazie a un telefax, riusciva a far arrivare vinili dagli Stati Uniti in appena 24 ore. Sembra un dettaglio tecnico. Invece racconta bene la sua testa: accorciare le distanze, portare a Roma quello che ancora non circolava, restare agganciato al presente del suono.
Quel negozio fu la prosecuzione naturale della cabina del Piper. Cambiavano gli strumenti, non il modo di stare nella musica. Farnetti selezionava, cercava, consigliava, inseguiva dischi che per altri sarebbero rimasti solo nomi letti sulle riviste straniere. In una città meno connessa e più lenta, persone come lui facevano da ponte. Non erano soltanto commercianti. Erano mediatori culturali, capaci di far arrivare certi suoni a una comunità di ascoltatori, dj, collezionisti e curiosi.
Negli ultimi anni si era trasferito a Campagnano, a nord di Roma, dove aveva coltivato un’altra passione coerente con tutta la sua vita: restaurare jukebox prodotti tra gli anni Quaranta e gli anni Sessanta. Li riparava, li ricostruiva, li riportava al gesto originario della moneta inserita, delle 100 lire, della puntina che scendeva sul disco. Non era soltanto collezionismo. Era fedeltà a un modo concreto di ascoltare: meccanismi visibili, attese brevi, fruscii, luci interne.
L’eredità di Peppe Farnetti sta proprio in questa linea continua tra notte, tecnica e memoria. Ha attraversato il passaggio dal ballo con orchestra alla cultura del dj, dagli effetti manuali alla spettacolarità visiva, dal negozio di dischi alla cura dei jukebox. La sua storia ricorda che la modernità musicale italiana non è nata solo nei grandi studi o sui palchi consacrati. È nata anche in una cabina del Piper, con un piatto, un registratore, qualche diapositiva e un uomo capace di capire prima degli altri dove stava andando la notte.






