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di Gabriele Ferraresi 4 Gennaio 2016

La quotazione Ferrari in Borsa, spiegata agli esseri umani

ferrari quotazione borsa  Niente bandiera a scacchi: oggi suona la campanella – Image via | Ferrari.com

 

E così da stamattina Ferrari è quotata in borsa anche a Milano. C’è stata una bella cerimonia con Matteo Renzi, Sergio Marchionne, John Elkann, e via, il titolo listato RACE a Wall Street è arrivato anche a piazza Affari, dopo che a ottobre 2015 il cavallino rampante era già sbarcato alla borsa di New York.

Ma cosa significa per noi semplici esseri umani che Ferrari si quota in borsa? Proviamo a spiegarlo passo per passo.

Innanzitutto partiamo da stamattina: Renzi non porta sfiga, oggi non è stata una grande giornata di scambi a piazza Affari, ma il motivo è il crollo delle borse asiatiche avvenuto nottetempo, crollo dovuto a un rallentamento dell’economia cinese. Il rallentamento ha portato paura sulle piazze di Shenzen e Shanghai, causando a sua volta un calo degli scambi improvviso, intorno al 8%, che poi ha contagiato anche le borse europee. Insomma, il battito d’ali della farfalla e il terremoto, ci siamo capiti.

 

Ferrari in Borsa, letteralmente  Ferrari in Borsa, letteralmente – Image via | Ferrari.com

 

Ma perché Ferrari ha deciso di quotarsi? Ecco, questa è una domanda già più interessante cui rispondere. Nel 1969 Fiat entrò in Ferrari acquisendone il 50%, e da allora il peso del Lingotto è andato progressivamente ad aumentare, fino a toccare il 90% nel 1988 – con il 10% a Piero Ferrari, figlio di Enzo – e continuando a salire fino a oggi, o meglio fino a ieri, quando Ferrari è divenuta parte del gruppo FCA, Fiat Chrysler Automobiles.

 

12484771_10153751333531970_8471232813210359611_o  Piazza Affari in rosso – Image via | Ferrari.com

 

Lo è rimasta fino alla quotazione in borsa a Wall Street, da lì in poi è stato tempo di scorporo: da una parte FCA e tutti i suoi brand, per cui FIAT, Alfa Romeo, Maserati, Lancia, Fiat Professional, Abarth, Jeep, Chrysler, Dodge, Ram Trucks, Mopar, SRT. Dall’altra parte Ferrari.

 

Sergio Marchionne oggi a piazza Affari  Sergio Marchionne oggi a piazza Affari – Image via | Ferrari.com

 

A chi è finita in mano la Ferrari? Agli azionisti? Sì, volendo possiamo raccontarcela così, visto che gli azionisti di FCA da stamattina si trovano in portafoglio anche azioni Ferrari, con un rapporto di una azione Ferrari ogni dieci azioni FCA, ma il controllo è saldamente – e resterà tale – nelle mani di Exor, che ha davvero fatto un affare, spendendo relativamente poco. Che cos’è Exor? Exor è la società d’investimento e “cassaforte” della famiglia Agnelli, ai cui vertici troviamo John Elkann, più discreto fratello del buon Lapo. Marco Cobianchi spiegava su Panorama che

 

Exor, che sottoscriverà il bond per 600 milioni di euro in modo da non perdere la presa sulla società di Maranello, sarà l’azionista principale con circa il 30% del capitale mentre il resto sarà in mano ad altri investitori. Essere azionisti di Exor, in altre parole, significa investire in una società che controlla il marchio più conosciuto al mondo. In tutta la vicenda, infatti, il vero affare l’ha fatto proprio la finanziaria torinese perché con soli 600 milioni diventa proprietaria diretta di un marchio che vale diversi miliardi

 

Ok, quindi fin qui è tutto chiaro? Sappiamo di chi è la Ferrari, e quanto ha speso per, ma l’uomo della strada che c’è in noi continua a chiedersi perché farsi tutto questo sbattimento?

Innanzitutto perché Ferrari va bene: è un’azienda sana, produce utili ed è uno dei brand – non solo del mondo automobilistico – più importanti del pianeta. FCA – ovvero Fiat Chrysler Automobiles – invece e malgrado tutto, continua a essere una cornucopia di piani industriali lacrime e sangue e debiti, che semplificando molto verranno in parte ripianati proprio grazie alla fruttuosa quotazione di Ferrari, avvenuta prima nello scorso ottobre a Wall Street e oggi a piazza Affari.

Lo spiegava con qualche numero Vittorio Malagutti su l’Espresso

 

Per dare un’idea dei valori in gioco va segnalato che, una volta completata la separazione, il colosso Fca con i suoi 95 miliardi di ricavi vale in Borsa circa 11 miliardi di euro. La piccola ma redditizia Ferrari, con un giro d’affari annuo inferiore ai 3 miliardi, ai prezzi di oggi capitalizza invece sul mercato più di 8 miliardi. Peraltro, mentre dà l’addio al suo gioiello, il gruppo Fiat Chrysler attinge a piene mani dalle casse ricche di liquidità di Ferrari, che verserà alla sua ex controllante circa 2,5 miliardi di euro, una somma che va aggiunta agli 890 milioni di euro incassati ad ottobre con il collocamento per lo sbarco a Wall Street

 

Adesso però aggiungiamo un altro strato, ovvero quello delle prospettive di medio / lungo periodo. Lo spiegava benissimo Alessandro Plateroti sul Sole24Ore qualche tempo fa

 

La quotazione e lo scorporo della Ferrari da Fca, in questo senso, sono operazioni finanziarie strumentali al mandato che gli eredi Agnelli hanno assegnato a Marchionne: l’uscita della famiglia dall’industria automobilistica di massa con la fusione dell’ex gruppo del Lingotto in una realtà più globale e competitiva. L’operazione, presentata come una necessità dettata dalla globalizzazione del mercato dell’auto, è stata concepita di pari passo a una seconda mossa: il mantenimento dell’italianità della Ferrari (…) Al contrario, le vere incognite riguardano la Fiat e la Chrysler: una volta privato degli utili e del valore della Ferrari, il titolo di Fca rischia di perdere gran parte del suo appeal speculativo.

 

Mentre FIAT mette sul mercato auto come la nuova 124 Spider, che è una Mazda con il marchio di Torino e lascia perplessi molti, Ferrari rimane italiana, per cui prestigio, made in Italy, eccetera. Nel mentre per FCA si parla – e c’è la volontà da parte di Marchionne – di un’operazione di fusione con un altro gruppo automobilistico per crearne un altro ancora più colossale di FCA – e che probabilmente non sarà FCA + General Motors – ma la strada è quella, anche se ora ci sembra impensabile. Nel mentre il cavallino rampante continuerà a correre da solo nelle praterie degli indici di borsa.

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