Sette anni dopo il Porto, l’ultima Roma di Champions League sembra appartenere a un altro tempo. Era il 6 marzo 2019, al Do Dragao, quando la squadra di Eusebio Di Francesco uscì dalla coppa più importante perdendo ai supplementari contro il Porto. Una serata pesante, che di fatto chiuse un ciclo. Oggi che i giallorossi si preparano a tornare nella competizione che conta, quel gruppo si è sparso ovunque: tra panchine cambiate, ritiri, ritorni a casa e carriere finite quasi senza rumore.
Dal Do Dragao all’addio: la notte che chiuse il ciclo di Di Francesco
Quella sera la Roma trovò il gol con Daniele De Rossi, ultimo marcatore giallorosso in Champions prima del lungo stop europeo. Non bastò. Il Porto vinse 3-1 dopo i supplementari e, nel giro di poche ore, arrivò anche la fine dell’avventura di Di Francesco. Ancora oggi quel ko al Do Dragao viene visto come il momento esatto in cui si spezzò la continuità costruita dopo la semifinale del 2018. Da lì in poi, per l’allenatore abruzzese, tante tappe e poche vere ripartenze: Sampdoria, Cagliari, Verona, Frosinone, Venezia e Lecce. Senza ritrovare davvero il peso di allora. Con i salentini, però, nel 2026 è arrivata una salvezza pesante, sofferta, che sa di risposta. Forse non una piena rinascita, ma di sicuro un segnale.
Da Olsen a Dzeko: dove sono finiti i titolari di quella Roma
Di quella squadra sono rimasti soprattutto percorsi molto diversi tra loro. In porta c’era Robin Olsen: dopo i prestiti a Cagliari, Everton e Sheffield United, è andato all’Aston Villa come vice di Emiliano Martinez. Nel 2025 è tornato al Malmo, il club in cui era cresciuto da bambino, e poco dopo ha lasciato la nazionale svedese in polemica con il ct Jon Dahl Tomasson. In difesa, Ivan Marcano ha chiuso il cerchio tornando al Porto, dove ha smesso nel 2025. Juan Jesus e Kostas Manolas hanno invece incrociato entrambi il Napoli: il brasiliano è rimasto a lungo in Campania, il greco poi ha girato tra Olympiakos, Sharjah e persino Pannaxiakos, in quarta serie greca, dove ogni tanto viene usato anche da attaccante. Basta questo dettaglio per capire quanto il calcio sappia portarti lontano da dove eri partito.

Sulle fasce giocavano Rick Karsdorp e Aleksandar Kolarov. L’olandese è rimasto a Roma fino al 2024, con in mezzo una parentesi al Feyenoord, poi è passato al Psv. A gennaio ha raccontato di essersi fermato per stare vicino al figlio Kylian, affetto da autismo. Kolarov, invece, dopo il trasferimento all’Inter nel 2020 ha chiuso due anni più tardi. Più avanti, sulla trequarti, c’erano Diego Perotti e Nicolò Zaniolo. L’argentino ha giocato nel Fenerbahce e poi nella Salernitana, dove fu decisivo nella salvezza del 2022, prima di ritirarsi nel 2024. Zaniolo, invece, ha vissuto anni agitati: i gravi infortuni, la Conference League vinta da protagonista, l’addio brusco alla Roma e poi la ricerca di un nuovo equilibrio tra Galatasaray, Aston Villa, Atalanta, Fiorentina e infine Udinese. Davanti c’era Edin Dzeko, passato dopo la Roma da Inter, Fenerbahce, Fiorentina e Schalke 04. Un percorso lungo, in movimento, ma ancora ben riconoscibile.
Le seconde vite giallorosse: tra panchina e scrivania
Tra gli ex di quella notte, il nome che più di tutti tiene insieme passato e presente è Daniele De Rossi. Dopo l’addio al calcio nel 2019, il passaggio al Boca Juniors, il lavoro nello staff di Roberto Mancini in Nazionale e la prima occasione vera alla Spal, è tornato anche sulla panchina della Roma, prima di salutare di nuovo. Oggi allena il Genoa, ma il suo nome continua a restare attorno all’ambiente giallorosso. Ogni stagione torna fuori, come un discorso mai chiuso davvero.
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Anche Kolarov ha cambiato strada. Prima dirigente, con una breve esperienza da ds al Pisa finita quasi subito per motivi personali. Poi allenatore: nel 2024 è diventato ct dell’Under 21 serba e in questa stagione fa il vice all’Inter di Cristian Chivu. Alessandro Florenzi, che a Porto entrò dalla panchina, ha invece chiuso la carriera da calciatore. In quel gruppo c’era anche Patrik Schick, oggi al Bayer Leverkusen, uno dei pochi ad aver trovato continuità ad alto livello lontano da Roma. In fondo è questo il filo che lega molte di queste storie: la maglia giallorossa è stata una tappa forte, ma non sempre quella definitiva.
Cristante e Pellegrini, i due rimasti per la nuova Champions
Se si prende la distinta di quella sera e la si guarda oggi, i veri superstiti sono soltanto due: Bryan Cristante e Lorenzo Pellegrini. Entrambi entrarono a gara in corso al Do Dragao. Entrambi sono ancora lì, al centro della Roma che si avvicina al ritorno in Champions League. In mezzo c’è stato di tutto: rivoluzioni tecniche, cessioni, esoneri, cambi di proprietà. Loro, invece, sono rimasti.
Con pesi diversi, certo. Cristante è stato quello della continuità: minuti, duttilità, presenza, spesso anche nei momenti più complicati, quando la squadra faceva fatica a trovare equilibrio. Pellegrini, da capitano, ha vissuto stagioni più piene e altre più difficili, tra infortuni e discussioni, ma continua a essere un punto di riferimento del gruppo. Ed è forse proprio questo il dato più significativo del ritorno europeo romanista: dopo sette anni, la nuova Champions della Roma riparte da due giocatori che c’erano già l’ultima volta. Come un filo rimasto teso tra quella notte amara in Portogallo e un presente che prova a riaprire il discorso. Attorno è cambiato quasi tutto. Loro no, o almeno non del tutto. E nel calcio, dove sette anni sono un’eternità, non è poco.





