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Home TV e Cinema

Il Martin Eden di Marinelli è come guardare dentro un bicchiere di vino e scoprire un mondo

by Mattia Nesto
16 Settembre 2019
in TV e Cinema
0
Martineden

 

Prendete un bicchiere, possibilmente uno di quelli tozzi di vino, e avvicinatelo ai vostri occhi: che cosa vedete? Niente? Ecco Martin Eden, dentro ai bicchieri di vino da osteria, ci vede un mondo di miseria che brucia: ma voi non siete Martin Eden, non lo so siamo noi di Dailybest ma, forse, lo è Luca Marinelli nel film di Pietro Marcello. Non un film semplice ma un film da vedere, specie al cinema, ma andiamo con ordine.

Già perché è proprio di questo di cui stiamo parlando: ovvero di una pressoché totale osmosi tra il personaggio del film e quello del libro di Jack London senza però che quell’immortale e allucinato romanzo sia il fine e il riferimento di ogni cosa, anzi tutto il contrario. Infatti il regista Pietro Marcello, con una scelta coraggiosa ma non nuova al suo tipo di cinema, ovvero ambienta il film in una Napoli immaginaria e immaginifica sospesa nel tempo dove se giri in un vicolo ti ritrovi nel bel mezzo delle lotte sindacali di inizio Novecento e se invece attraversi una piazza sei nel pieno degli anni Cinquanta del Neorealismo. Se invece ti avvicini alla spiaggia, ecco spuntare fuori il Ventennio. Quindi lo spettatore si trova davanti ad un caravanserraglio non soltanto di tempi ed epoche storiche ma anche e soprattutto di volti, volti che Marcello descrive in modo fedele e poetico, i volti della Napoli dei “bassi”, dei quartieri popolari, delle piccole strade tortuose e del porto.

Ma su tutto si staglia la titanica e disperata figura di Martin Eden, quel Luca Marinelli che qui ci regala forse la sua migliore e più tonitruante interpretazione. Il suo sguardo chiaro dal volto scuro infatti si muove febbrile in mezzo al mare sulla navi prima e poi per le vie di Napoli, come se la sua fame di vita fosse insaziabile. L’inizio del film è così: pieno di scatti, con una regia serrata che ci regala un personaggio eternamente in movimento. Ma ecco che ad un certo punto lo sguardo di Martin Eden, dopo un incontro fortuito con un nobile di origine francese, si blocca e noi con lui. Conosce Elena Orsini, interpretata dalla splendida Jessica Cressy, una ragazza angelicata che lo sprona, soltanto quasi con la sua presenza e aurea, a “studiare, imparare e conoscere l’uso della parola”.

La febbre motoria diventa fame di lettura. Martin legge e, faticosamente, si istruisce e può solo scegliere di diventare una cosa: lo scrittore. In questo percorso di affrancamento dalla miseria, e quindi di rivalsa personale, c’è sempre però un’ombra, che Pietro Marcello evoca con i sogni inquietanti e misteriosi che il nostro protagonista fa. Martin Eden prima fatica ancora sulle navi poi decide di ritirarsi in periferia e di mettersi seriamente a scrivere, per poter essere finalmente pubblicato, e pagato, da una rivista. Ma quell’ombra ritorna e la scrittura di Martin è “troppo cruda, troppo devastante, troppo dura” per poter piacere, come le ricorda la sorella.

Nonostante ciò, e qui Marinelli è devastante nel ricreare la cieca volontà del personaggio di London (discostandosi e avvicinandosi al contempo ad esso), Martin Eden continua a scrivere, credendo che, il tanto fantomatico successo, lo potrebbe aiutare in qualche modo. Fa la conoscenze delle tematiche legate al socialismo e alla lotta di classe e, soprattutto, di Russ Brissenden, un incredibile Carlo Cecchi, nobiluomo stravagante e decaduto, coltissimo e nichilista che ne diventa il mentore.

Ma non vogliamo andare avanti, tanto vi basti per spronarvi al cinema perché questo, più che di trama e di cervello, è un film di visioni e per gli occhi, con la regia di Marcello che si esalta negli obiettivi, quasi sovietici, con cui racconta ora questa Napoli sospesa nel tempo ora questo Marinelli “eroso dal di fuori dalla pulsione di vita/ tormentato dal di dentro da questa tensione alla morte”. Se amate il cinema correte a vedere Martin Eden e se non vi piace state pure a casa: questo film non vi merita perché a questo film si può solo che volere bene e bere con lui l’ennesimo bicchiere di vino rosso all’osteria.

Tags: filmnewsRecensione
Mattia Nesto

Mattia Nesto

Fa che la morte mia, Signor, la sia comò 'l score de un fiume in t'el mar grando

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