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Home TV e Cinema

Tutti i difetti di Blade Runner 2049

by Simone Stefanini
11 Ottobre 2017
in TV e Cinema
Bladerunner2049

QUESTO ARTICOLO CONTIENE SPOILER SU BLADE RUNNER 2049

A questo punto, tutti quelli che volevano vedere Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve, si sono fiondati al cinema per ammirare il sequel del capolavoro di fantascienza di Ridley Scott. Uhm, tutti tutti forse no. Pare che negli Stati Uniti non stia andando troppo bene, 31,5 milioni di dollari ad oggi incassati contro i 50 preventivati. Sembra addirittura che il film sia snobbato dal pubblico femminile, nonostante il ruolo da protagonista di Ryan Gosling e quello da comprimario (pochi minuti in realtà) di Jared Leto, due che proprio bruttarelli non sono.

Purtroppo è stato pompato talmente tanto alle prime proiezioni stampa che sarebbe stato difficile non partire con un milione di aspettative. Il film di per sé non è brutto, ma neanche questo capolavoro. Ecco perché:

 

Bello senz’anima 

 

Che sia visivamente eccezionale l’hanno detto anche i muri. La fotografia di Roger Deakins spesso è bellissima, le nuove ambientazioni rossastre e desertiche, più vicine a Star Wars che alla Los Angeles piovosa del futuro reggono bene, ma sotto il vestito niente. Il film sembra avere un’anima trasparente, una trama che offre spunti interessanti senza riuscire ad approfondirli a dovere. L’identità, la coscienza, la maternità, sono temi che si sposano bene con la fantascienza esistenzialista, ma i critici americani che avevano scomodato Tarkovsky per il paragone, proprio non riusciamo a capirli. I film brutti sono altri, intendiamoci, ma si parla pur sempre del seguito di Blade Runner, che è stato uno dei punti di maggiore evoluzione nella storia della fantascienza e in qualche modo ci ha cambiato la vita.

 

Father and Son

 

La dinamica del padre e figlio (benché in questo film venga spezzata da un plot twist) è ben nota in molte saghe, vedi Star Wars. Il figlio è il prescelto e dovrà portare a termine una missione per salvare/diventare come/uccidere il padre. 3/4 del film ce li giochiamo così, per poi scoprire una nuova realtà che dovrebbe farci saltare sulla sedia, ma a quel punto il film è stato talmente allungato che pensiamo solamente ad arrivare alla fine, temendo che non vi sarà mai.  Harrison Ford è sempre lui, nonostante le magliette attillate e le tettine, quando appare fa volare il film. Dannato trailer, dannato poster che ci fanno credere che possa entrare in azione dal terzo minuto e invece l’allenatore lo mette in campo sul 2-0 per gli avversari, a partita quasi finita.

 

Paranoid Android

 

Ryan Gosling ha la perfetta faccia da androide, e in questo film riesce a fare tre espressioni: la Ryan Gosling originale, quella in cui l’attore musicista non muove un muscolo della faccia qualunque azione debba recitare, la Drive, sfoggiata nelle scene di pilotaggio dell’auto volante e in alcune in cui s’incazza, che consiste nello stringere un po’ gli occhietti per renderli più cattivi, la Bloody Gosling che è l’equivalente della Ryan originale ma con cerotti e sangue finto in faccia. Recita bene, al massimo delle sue potenzialità, ma di fronte a noi non abbiamo mai K, Joe o come lo vogliate chiamare: abbiamo Ryan Gosling.

 

Jared Leto

 

Croce di ogni film in cui reciti, è stato presentato come il giga cattivo, dal trailer sembrava fosse l’erede di Rutger Hauer e invece fortunatamente è solo un hipster laureato in filosofia che si tira il viaggio di essere un mix tra Carmelo Bene e Jodorowsky. Poco minutaggio sulle gambe anche per lui, che lascia un grande dilemma: chi è il cattivo del film? Possibile che stiamo guardando un sequel con tre buoni confusi e una segretaria androide ninja killer che sembra uscita dal peggior plot di Luc Besson?

 

La musica è finita

 

Andate su Spotify, mettete la colonna sonora di Blade Runner, scritta e suonata da Vangelis. È, ancora oggi, strepitosa. Il tema di Blade Runner ha di quelle melodie che fanno venire i brivisi, l’accompagnamento suadente del sax, strumento re del noir, insieme ai synth che lo spediscono nel futuro. Un concept chiaro, realizzato in modo da durare nel tempo, come i replicanti di cui tratta. Ora fate la stessa cosa con la colonna sonora di Blade Runner 2049, di Hans Zimmer e Benjmin Wallfisch: booom zac tsch bang frrrrrrr kapow sbang che funzionano col dolby surround ma che sono inconsistenti in modalità stand alone. Nessuna melodia di rilievo, solo quelle percussioni ansiogene che fanno diventare ogni film uno a caso di Christopher Nolan. Una delle più catastrofiche delusioni del film.

 

La città delle ragazze

 

Così tanti ruoli femminili, non tutti a fuoco. Ana de Armas è bellissima come androide, Sylvia Hoeks poco incisiva come unica vera cattiva del film, Robin Wright algida e fiera nel ruolo di superiore di K, Mackenzie Davis dopo San Junipero è solo amore  (considerazione strettamente personale), Carla Juri un po’ meh, considerato il ruolo cruciale che svolge. Molte ragazze, ruoli importanti ma alla fine la mente torna alle icone Sean Young (Rachael) e Daryl Hannah (Pris). Retromania dite? Nostalgia canaglia? Potrebbe, ma dal momento che il tema principale del sequel è la maternità, perché non dare un ruolo più potente a un’attrice per farla diventare vera protagonista e nuova icona? Perché dobbiamo seguire Gosling anche al cesso, per poi di fatto scoprire che è solo un personaggio marginale, alieno alla vera trama?

 

Vituperio della lentezza

 

Blade Runner 2049 dura quasi 3 ore e il rischio di abbiocco in sala è maestoso, ma non è quello il punto. Ci sono film ben più lunghi e più avvincenti. Qui la lentezza esasperante sembra più estetica che  funzionale. Durante i momenti morti, la mente non lavora come un computer impallato per risolvere chissà quale enigma. Semplicemente, aspetta qualcosa, che spesso non arriva. Misteri non ce ne sono, è tutto svelato didascalicamente, quindi tanto vale andare dritti al punto.

 

Giornalisti americani m’hai provocato e io me te magno

 

Giornalisti americani (ed europei, duole dirlo) che dopo le prime proiezioni stampa avete urlato al capolavoro, tirando in ballo Andrei Tarkovsky e asserendo fosse addirittura superiore all’originale, com’era il buffet? Per quanto il film possa piacere, parlare di fantascienza esistenzialista sembra azzardato. Ha lo stesso difetto di Interstellar di Nolan: è una grande supercazzola, svolta stilisticamente alla perfezione per impressionare chi ormai non è più abituato a certe tematiche, a certi sviluppi, per poi arrivare a soluzioni talmente elementari da far cadere le braccia. Così, come l’astronave che viaggia nell’universo grazie alla forza dell’amore di Nolan, anche qui abbiamo scoperto la prescelta, l’abbiamo fatta incontrare col padre e sappiamo bene che gli androidi ragionano un sacco sulla propria identità. Per arrivare a questa conclusione, bastava Roy Batty però.

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Simone Stefanini

Simone Stefanini

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