TV e Cinema
di Mattia Nesto 6 Settembre 2021

The Father: la solitudine dell’animo umano

Anthony Hopkins e Olivia Colman diretti dall’esordiente Florian Zeller portano sugli schermi un film memorabile che ha già vinto due oscar

Nei giorni, anzi nelle ore, immediatamente successivi alla nostra visione di The Father, film che durante gli ultimi Premi Oscar si è aggiudicato due statuette – Premio come Miglior attore protagonista ad Anthony Hopkins e Premio come Migliore sceneggiatura non originale a Florian Zeller e Christopher Hampton (qui se siete curiosi la cronaca di quella pazza nottata) – abbiamo letto una notizia che ci ha abbastanza sconvolto. Si tratta del sì dato dalla Food&Drug Amministration, l’ente statunitense che si occupa dell’approvazione dei medicinali, al farmaco sperimentale Aducanumab capace, come si legge nel pezzo di la Repubblica “di rallentare il declino in fase lieve di pazienti affetti da Alzheimer“. Ora la cosa curiosa, quasi inquietante, è che tutto The Father è un film, e ancora prima una pièce teatrale, che ruota  appunto sul lento disfacimento, non tanto fisico quanto mentale, cognitivo e mnemonico di una persona. Ma detto così sembrerebbe un film doloroso, lento, con un finale e una trama scontata. E invece, al di là dell’orrendo sottotitolo della versione italiana (“Nulla è come sembra”, che pare essere più adatto a un film sulla truffa e il gioco d’azzardo piuttosto che a una pellicola del genere), il film in questione è straziante, meraviglioso e profondo come una pozza di catrame.

Il set è facile da spiegare: si tratta di un classico film Kammerspiel, ovvero “film da camera” dove, con un’impostazione che appunto ricorda molto da vicino la sua originale trasposizione teatrale, vediamo gli attori (pochi e meravigliosi) muoversi in ambienti intimi, quasi ristretti, di un appartamento. In questo spazio ridotto si muovono i già citati Anthony Hopkins e Olivia Colman che interpretano i ruoli, quasi metafisici e identitari, del padre e della figlia. Il padre, da quanto si capisce sin dai primi istanti, è stato un uomo di una certa rilevanza che dopo aver perso la moglie, si ritrova suo malgrado solo con soltanto la figlia a fianco. A questo si aggiunga la sopracitata perdita di memoria, dovuta appunto a una patologia molto simile all’Alzheimer. Ma se state pensando che The Father racconti, come abbiamo detto, il lento disfacimento di una mente umana beh, vi state sbagliando di grosso. O, quantomeno, state intravedendo solo la punta dell’iceberg.

A differenza, ad esempio, dell’incredibile Amour di Michael Haneke, in questo caso i segni della malattia non sono fisici ma tutti mentali, anche in questo caso c’è una sorta di patologia “da camera”, vista dall’interno. Ed è questo il grande merito del film è che invece di narrarci una malattia, in qualche misura, ce la fa vivere da protagonista perchè tutta la narrazione è, appunto, la mente del malato, la mente di Anthony che, in un processo non repentino ma costante, via via va a sfaldarsi confondendo luoghi ma soprattutto persone ed anche il tempo, anzi i tempi diversi, della vita.

A prima vista Anthony, seppur anziano, non pare essere una persona malata. Ascolta la musica, canticchia le arie delle opere e si prepara il tè in un elegante e spazioso appartamento londinese. Insomma pare un anziano signore completamente autosufficiente. E invece questo è un inganno, un inganno auto-inflitto da una mente piagata da una subdola malattia. Malattia che, purtroppo, non fa solo soffrire colui che ce l’ha, ma anche la figlia che non solo è costretta a trovare una soluzione nei confronti di un genitore non auto-sufficiente ma si trova anche alle prese con i continui cambi di umore e atteggiamento del padre. Con grandissima classe Florian Zeller ci fa capire come i rapporti tra il padre e la figlia non siano mai stati idilliaci: a più riprese Anthony ricorda come, in realtà, la sua figlia preferita sia “l’altra”, non quella che attualmente si occupa di lui, con tanto amore e tanta sofferenza.

E così la figlia, una incredibile Olivia Colman, dovrà cercare di fare i conti con un genitore tanto più ingombrante e difficile da gestire quanto più malato trovandosi in bilico tra la naturale spinta a curarsi del genitore e il desiderio, altrettanto sacrosanto, di poter vivere la sua vita, i propri affetti e le proprie relazioni. Questo dilemma non solo è straziante ma anche dannatamente reale e concreto e, forse, molti di voi l’hanno vissuto o lo stanno vivendo proprio in questo momento. Al tempo stesso Anthony Hopkins, con le sue lunghe e lente passeggiate in un appartamento quasi sempre deserto e silenzioso ma in continuo mutamento (forse si modifica nella sua mente?) ci regala l’ennesima interpretazione da leone assoluto. Ci sono dei momenti, quando con i suoi occhi cerulei scruta la casa, magari un po’ in ombra, che davvero abbiamo fatto fatica a trattenere le lacrime. Lacrime di vita, lacrime di scena, non fa differenza: chissà se il farmaco di cui vi abbiamo citato renderà, in qualche misura, “obsoleto” la patologia qui raccontato. Noi, francamente, ce lo auguriamo ma, vada come vada, vi consigliamo di andare al cinema e vedere The Father: sarà doloroso, sarà straziante, sarà difficile ma sarà anche bellissimo.

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