Le cascate nel Lazio ci sono, eccome. Ma non sono tutte uguali e, soprattutto, non sono tutte facili come sembrano nelle foto. Alcune si raggiungono con una camminata tranquilla, altre chiedono fiato, passo fermo e un minimo di dimestichezza con i sentieri. In mezzo c’è un punto che spesso viene sottovalutato: l’accesso. Tra biglietti stagionali, divieti di balneazione, parcheggi ridotti e percorsi non sempre chiarissimi, partire senza controllare prima può bastare per rovinare la giornata.
Da Roma senza troppi sbattimenti: Monte Gelato, Mola di Formello e Laghetto di San Benedetto
Per le uscite semplici, quelle decise magari il giorno prima, i nomi sono quasi sempre gli stessi: Monte Gelato, la Mola di Formello e il Laghetto di San Benedetto. Monte Gelato, nel Parco della Valle del Treja, è la soluzione più immediata: si arriva facilmente e il colpo d’occhio funziona anche per chi non ha nessuna voglia di fare vera escursione. Il mulino, la torre, i salti d’acqua: da decenni il posto è riconoscibile al primo sguardo. Il rovescio della medaglia è noto, soprattutto d’estate: nei weekend si riempie in fretta e l’idea della fuga dal caos dura il giusto. Più raccolta è la Cascata della Mola di Formello, nel Parco di Veio, a due passi dal Raccordo ma con un’aria completamente diversa, più appartata, più campagna che vetrina social. Il percorso ad anello è facile, i dislivelli sono minimi e lungo la strada capita di incontrare cavalli e bestiame al pascolo, dettaglio che racconta bene il carattere del posto. A Subiaco, invece, il discorso cambia: il Laghetto di San Benedetto è forse il più fotografato dei tre, con l’acqua verde e la cascata stretta tra le rocce. Proprio per questo, però, è anche uno dei più esposti al turismo veloce. Si raggiunge in poco dal parcheggio del Monastero di Santa Scolastica, ma l’accesso è regolato e in alta stagione conviene arrivare presto.
Per chi vuole camminare sul serio: Nepi, Rioscuro e Castel Giuliano tra E ed EE
Chi ha un po’ di esperienza e non si fa spaventare dalle sigle E ed EE nel Lazio trova ancora posti che non sono stati addomesticati. La Cascata del Picchio, a Nepi, è uno di quelli: il tratto nelle forre di tufo è bello davvero, non solo in foto, ma va preso per quello che è, cioè un itinerario escursionistico. In alcuni passaggi ci sono corde fisse, ci sono piccoli guadi e il fondo, se umido, può diventare scivoloso. Tradotto: non è un posto da sneakers lisce e improvvisazione. Il salto di livello si sente ancora di più verso Rioscuro, da Cineto Romano, lungo il Sentiero Coleman. Qui si parla di circa 13 chilometri, 600 metri di dislivello, sei ore di cammino e tratti in cui il telefono smette semplicemente di prendere. È una zona amata da chi frequenta davvero i Simbruini, proprio perché resta aspra, poco attrezzata e fuori dai giri più battuti. Castel Giuliano, tra Cerveteri e la frazione omonima, sta un po’ nel mezzo: il percorso breve è alla portata di molti camminatori abituali, ma l’anello completo ha un tratto classificato EE, quindi non va affrontato con leggerezza. In cambio, le cascate lungo il fosso, il basalto colonnare e il bosco fitto si fanno ricordare.
Le cascate che lasciano il segno: Trevi nel Lazio, Vallocchie, Salabrone e Villa Gregoriana
Se si guarda al paesaggio puro, a quello che resta addosso anche una volta tornati a casa, ci sono quattro nomi da tenere d’occhio. Trevi nel Lazio, in località Comunacque, ha un impatto raro: il bosco dell’Aniene qui conserva ancora qualcosa di selvatico, quasi antico, e la cascata si raggiunge in pochi minuti, senza consumare la giornata in salita. La Cascata delle Vallocchie, vicino Castel di Tora, gioca un’altra partita: il salto non è enorme, ma il contesto, tra riserva naturale, rocce chiare e vicinanza del lago del Turano, le dà una forza visiva che sorprende più del previsto. La Cascata del Salabrone, nella Selva del Lamone, è forse la più appartata del gruppo. Sta in una parte di Lazio che molti romani conoscono poco, o non conoscono affatto, e proprio per questo conserva un carattere più schivo, quasi di confine. Poi c’è Villa Gregoriana, che fa storia a sé: qui non si cerca la cascata isolata nel bosco, ma un paesaggio costruito e insieme drammatico, con la Cascata Grande dell’Aniene che si apre nel burrone e i sentieri scavati nella roccia. Meno avventura, più cammino lento. Ma il colpo d’occhio resta tra i più forti a due passi da Roma.
Prima di partire, occhio a prezzi, divieti e folla: da Subiaco a Tivoli
Spesso la differenza la fanno i dettagli pratici. A Subiaco, il prezzo del Laghetto di San Benedetto nel 2025 era di 3 euro, ma per il 2026 al momento non c’è ancora una conferma ufficiale stabile da dare per certa: controllare il sito del Comune resta quindi quasi obbligatorio. A Tivoli, per Villa Gregoriana, il biglietto intero è di 8 euro, con riduzioni previste e aperture stagionali che non coprono tutto l’anno. Anche qui, meglio verificare prima di partire pensando di entrare senza problemi. A Monte Gelato l’accesso è gratuito, ma c’è un punto che molti continuano a ignorare: la balneazione nel Treja è vietata da anni per ragioni igienico-sanitarie, anche se in estate si vede ancora qualcuno entrare in acqua. Quanto all’affollamento, il quadro è piuttosto chiaro: San Benedetto e Monte Gelato, nei fine settimana di luglio e agosto, sono i luoghi più esposti alla confusione. Mola di Formello, Salabrone e Vallocchie, invece, restano più respirabili. Il Lazio delle cascate esiste ancora, ma va scelto bene. E bisogna mettere in conto una cosa: tra un posto ormai diventato cartolina e uno che è rimasto quasi nascosto c’è una distanza molto più grande di quella segnata dal navigatore.




