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Home Society

Il caciocavallo dell’emigrante e altre storie di profughi italiani

by Simone Stefanini
13 Febbraio 2018
in Society
Il caciocavallo dell’emigrante e altre storie di profughi italiani

 

All’inizio del Novecento molti italiani, specie quelli residenti al sud, si imbarcarono per l’America con la speranza di trovare un lavoro e di vivere una vita migliore. Non è certo una novità, l’immigrazione è una giostra, a volte tocca ad altri, a volte tocca a noi, ma non è quello il punto.

Quando i molti contadini in fuga da fame e povertà salirono sulle navi,  stipati come sardine alla volta del Nuovo Mondo, scoprirono che non avrebbero potuto portare con loro la carne suina, ritenuta fuorilegge dalle rigide normative americane in materia di igiene e sanità.

Come ovviare a un problema così tosto da risolvere? Con un’idea di quelle che vengono una volta nella vita: nascondere salami, salsicce e soppressate dentro il caciocavallo. Ecco com’è nato il caciocavallo del migrante, un prodotto di eccellenza gastronomica di Vallo di Diano in provincia di Salerno, una sorta di matrioska in cui il salume è nascosto precisamente al centro del tipico formaggio “a sacchetto”.

Oggi questo prodotto tipico viene venduto sia in Italia dalle aziende del Cilento, sia negli Stati Uniti, in cui è diventato una prelibatezza conosciuta più che nel nostro paese. Una storia che mischia ingegno, furbizia, contrabbando e illegalità, di cui protagonisti sono i nostri parenti di neanche troppo tempo fa. Una storia di necessità che diventa virtù in un luogo che accoglieva gli italiani grossomodo come noi accogliamo i profughi del resto del mondo.

 

.

 

Qualche informazione in più sull’ondata migratoria degli italiani in USA dal 1880 al 1921: molti giunsero negli in America senza documenti e vennero chiamati col nomignolo Wop (Without Official Papers).

Molti furono costretti a rifugiarsi negli Stati Uniti come alternativa al carcere, altri scappano dalla repressione dell’esercito dei Savoia contro i briganti nel meridione, rispondendo alla domanda di forza lavoro dopo che in America la schiavitù è diventata illegale.

In USA, gli italiani erano malvisti dagli americani, anche solo per il fatto che avessero rimpiazzato gli afro-americani, coi quali spesso lavoravano insieme.  I bianchi erano razzisti contro gli italiani che, se sospettati di un crimine, potevano venire linciati pubblicamente senza processo.

Gli italiani infatti non venivano classificati come bianchi sui documenti, accanto al colore della pelle veniva messo un punto interrogativo.

 

Una famiglia di migranti italiani negli Stati Uniti

 

Arrivarono negli USA 1000 al giorno, anche le donne si misero al lavoro in condizioni spesso disastrate e il 25 marzo del 1911 accade una tragedia: morirono 123 donne e 23 uomini (quasi tutti italiani) in un incendio alla Triangle, una fabbrica tessile di New York. I capi non si fidavano dei molti italiani dipendenti e li chiusero a chiave nella fabbrica.

Gli italiani portarono disordini sociali e malavita negli Stati Uniti, come dimostra l’attentato a Wall Street del 1920 commesso da Mario Buda, l’inventore dell’autobomba.

I pregiudizi nei confronti degli italiani erano tanti, come dimostra la condanna a morte per gli anarchici Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, accusati ingiustamente di rapina e omicidio.

Non solo le grandi ingiustizie, ma anche quelle più piccole: le usanze italiane vennero praticamente bandite e le donne furono consigliate a non usare più l’olio d’oliva in favore del burro americano.

Difficile leggere queste informazioni senza pensare al trattamento che spesso riserviamo agli immigrati che sbarcano nel nostro paese alla ricerca di un qualche futuro.

 

 

 

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Tags: food
Simone Stefanini

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