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di Simone Stefanini 28 Settembre 2016

Cosa succede quando non puoi andare su Facebook per un giorno

Un improvviso ban mi ha regalato questa opportunità e ho deciso di sfruttarla per capire la mia esperienza

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Amici lettori, la maggior parte di voi, come me, è dipendente da Facebook. Certo, mica ce ne accorgiamo, tanto il social network fa parte della nostra quotidianità. Lì dentro ci sono le persone che frequentiamo ogni giorno, quelle lontane, c’è il nostro sacrosanto diritto di espressione e di polemica. Quell’infingardo rettangolino bianco, su cui campeggia la frase “A cosa stai pensando?” è stato creato appositamente per noi, per distinguerci dalla massa e renderci protagonisti, alla ricerca del feedback immediato, del responso del pubblico. Ogni giorno partecipiamo al nostro talent privato e veniamo pure giudicati. Se sbagliamo qualcosa, per dirla col linguaggio dei tanto cari reality, andiamo in nomination, rischiamo l’eliminazione.

La faccio breve: ieri qualcuno ha segnalato un mio commento a un post di Facebook e mi sono preso un ban di 24 ore, nelle quali non ho potuto utilizzare il social né il Messenger. Sticazzi direte voi, non è quel gran dramma. Non lo è, ma se usi Facebook per lavoro può diventare una scocciatura, specie per l’impossibilità di pubblicare sulle pagine di lavoro o di rispondere ai colleghi tramite il gruppo di chat privato. Risolto comunque il problema lavorativo, rimaneva quello della ròta, della crisi d’astinenza.

 

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Il ban andava dalla mezzanotte a quella successiva, quindi mi sono svegliato già conscio del dramma e in qualche modo di questa nuova opportunità. Ciononostante, ho provato a postare qualcosa lo stesso, per vedere di nascosto l’effetto che fa. L’unica cosa è stata un reminder in sovraimpressione che mi ricordava che ero in panchina per altre 12 ore.

Avete presente quando le persone uscite dal coma lo descrivono come un’esperienza fuori dal corpo,  in cui riescono a vedere tutto come un sogno lucido senza poter interagire? Ridimensionate il tutto ed ecco la sensazione precisa. Mi sono comportato normalmente, come faccio di solito, tenendo aperta la pagina FB durante l’orario lavorativo per capire l’argomento del giorno e il polso della situazione, e in un momento, come fosse una seduta di meditazione trascendentale, ho visto me stesso riflesso in tutti voi. Nel vostro accanimento contro le persone (ieri tra l’altro è andato in scena il teatrino Selvaggia Lucarelli contro la pagina Sesso Droga e Pastorizia e viceversa), nel vostro pensiero da tifoso politico (Renzi e il ponte sullo stretto da una parte, la Raggi e la ricerca dell’assessore al bilancio perduto dall’altra), mi sono perso nelle canzoni che condividete, nelle citazioni colte e nelle foto filtrate con didascalia sagace. Io faccio esattamente lo stesso, tutti i giorni.

 

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Mi sveglio pensando a cosa posso condividere, perché ormai la testa mi ci va in automatico, come fosse un bisogno primario tipo trovare il caffè sul fuoco o il bagno libero. Ho riflettuto su quante parole condivido con estranei durante la mia giornata e se abbia davvero bisogno di tutte queste pacche sulle spalle. Di certo non ho bisogno di litigare in modo superficiale ma netto, in una gara a colpi di like e di cuoricini, senza approfondire nessun concetto, solo per supportare l’una o l’altra fazione. Non ho bisogno di mettermi in ridicolo e di diventare potenziale vittima del bullismo della maggioranza, né di accodarmi al pensiero dominante e rendermi pecora ai miei, di occhi. Non ho bisogno nemmeno di essere minacciato di morte per aver espresso un’opinione (true story, accaduta qualche settimana fa). Non ho bisogno di esprimere la mia opinione su tutto. Certo che ce l’ho un’opinione, penso sia una peculiarità dell’essere umano quella di averla, ma non ho la necessità fisica o psicologica di manifestarla.

 

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Ho visto le cose da lontano e mi sono comportato da lurker. Ho agito come quelli che smettono di fumare ma tengono lo stesso il pacchetto in tasca. È stata un’esperienza meravigliosa, che mi ha riportato al 2008, quando mi sono iscritto a Facebook. Anzi al 2005, quando mi sono iscritto a Second Life. Anzi al 2004, quando mi sono iscritto a World of Warcraft. O forse addirittura prima, quando non potevo stare senza sapere se qualcuno aveva ascoltato la mia musica su MySpace, o se aveva reagito alla messa online del pezzo su Vitaminic. Sono stato trascinato in un vortice, fino al primo computer collegato a internet, fino ai tentativi d’interazione con gli utenti di Napster, alle chat IRC, ai messaggi sui forum, a SuperEva e alle ricerche con Altavista, fino al brivido della prima connessione con una persona sconosciuta, e saranno passati almeno 20 anni. Che trip.

Ora il punto è un altro: tornerò a dire la mia su tutto, come se non fosse successo niente? Possibile, ma ancora non lo so. Ieri siete andati benissimo senza di me e mi sono accorto che della mia opinione non sentiva il bisogno proprio nessuno, né di sapere in modo OCD cosa stessi facendo della mia giornata. A un certo punto, verso sera, ho addirittura lasciato il telefono in un’altra stanza. Di certo, non è stato per niente male tornare per un giorno formica tra le formiche e rendersi conto che, per dirla con le parole sagge ma non banali di Ash, sono il capo di due sole cose, del cazzo e della merda. Che liberazione.

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