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Home TV e Cinema

Il Viaggio di Arlo, il nuovo film Pixar è un western con i dinosauri

by Diego Cajelli
25 Novembre 2015
in TV e Cinema
Viaggio arlo

Se a qualche adulto non piacciono le storie basate sul viaggio di formazione è perchè quel viaggio lo ha già fatto ed è arrivato nel posto sbagliato.
Adultolandia è un brutto posto, fidati.

È talmente un brutto posto che quando noi adulti andiamo a vedere un film per bambini ci andiamo con lo zaino pieno di roba che sappiamo, cerchiamo i paragoni con le cose che abbiamo già visto, filtriamo il tutto con quello che crediamo di sapere, siamo pieni di tutte le certezze adultologiche che importano soltanto a noi. Ecco perchè, da adulto, ti dirò che Il Viaggio di Arlo è un buon film western. Un western anni settanta, dove al centro della vicenda c’è il protagonista in lotta contro se stesso e contro la natura aspra e selvaggia. L’iper realismo dei fondali e degli ambienti naturali, in contrapposizione alla buffa e tondeggiante resa grafica dei protagonisti, accentua ancora di più questo aspetto. La fotografia ricorda tantissimo quella di Corvo Rosso Non Avrai Il Mio Scalpo, tanto per dire.

 

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La matrice western si svela fin dal prologo, una versione dinosauresca de Il Texano Dagli Occhi di Ghiaccio (senza ecatombe iniziale) e si conferma, esplicitandola anche per le cape toste, nelle sequenze con i T-Rex mandriani. Ma, del resto, non è il primo e non sarà l’ultimo film western con degli animali. Anzi, la Disney stessa tra gli anni ’50 e gli anni ’70 ha prodotto un bel po’ di live action con protagonisti animali e pochissimi uomini, da Big Red, passando per Nikki, Wild Dog of the North, arrivando a La Leggenda di Lobo e Bobby, il cucciolo di Edimburgo. Disneyanamente parlando, Il Viaggio di Arlo è un film tradizionalissimo, un Festival di Sanremo cinematografico, solido, formale e consueto.

 

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Tornando agli animali disneyani più recenti, non è una variante sauresca di Alla Ricerca di Nemo e tantomeno una versione preistorica de Il Re Leone. Dove trova la sua unicità questo film, che arriva a occupare un posto assai strettino nel colossale zoo cinematografico delle produzioni diseneyane? Nel ribaltamento alla base del plot. Si crea un cortocircuito interessante tra Arlo, il cucciolo di apatosauro protagonista del film e un bambino umano di nome Spot. Spot è l’equivalente americano di Fido, è un tipico nome canino, ma in questa pellicola quel nome viene affibbiato a un cucciolo umano. Il ribaltamento è nel ruolo che hanno gli umani. Nel mondo di Arlo sono delle bestioline, perchè sono i Dinosauri la specie dominante che ha civilizzato il pianeta. Il piccolo Spot è un umano selvaggio, che si comporta proprio come i cani disneyani degli anni del Technicolor: protegge il suo amico dinosauro, civilizzato. Lo aiuta nel suo percorso di formazione. È al suo fianco in quel viaggio dell’eroe che vedrà il ritorno a casa del protagonista cambiato, maturato e rinvigorito dai triboli che ha affrontato. Nel contesto del film, i dinosauri parlano, gli umani no. I dinosauri hanno formato una civiltà stanziale, basata sulla coltivazione, gli uomini no. Sorvolando i parallelismi con Il Pianeta delle Scimmie, questo lavoro sui personaggi apre a una serie di riflessioni.

 

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L’immedesimazione con Arlo è forte. Si salda fin dall’apertura dell’uovo e si conferma attraverso le sue diversità fisiche e caratteriali. Questa è la grande lezione narrativa che scorre nel midollo stesso della Pixar, qui riconfermata. I drammi che vive il protagonista sono drammi totali. Subisce la più grande e crudele delle perdite. Non si va per il sottile e non si va giù leggeri. Perchè? Perchè questo è un classico e siamo al cinema, non in televisione. Il mio cuore di bimbo vacilla, come vacillò con Bambi, o con Il Re Leone, ed è giusto che sia così perchè l’alba arriva soltanto dopo una lunga notte oscura. L’arrivo in scena di Spot mi spiazza. Mi riconosco in lui, apparteniamo alla stesse specie, ma nel frattempo mi sono legato emotivamente con un dinosauro.

La chiave, l’unicità del film è tutta qui.
In quanto essere umano, posso essere considerato come un cane per qualcun’altro?
È possibile comunicare, collaborare, condividere lo stesso spazio emotivo tra specie diverse? Allargando il discorso, trasportandolo fuori dalla chiave metaforica del film: è possibile comunicare, collaborare, condividere lo stesso spazio emotivo tra umani che si dichiarano diversi tra loro?
Comunque vada, se mai diventerò il cane di qualcuno, spero che questo qualcuno sia gentile con me come lo è Arlo con Spot. E forse, questo film, può servire a spiegare che anche se hai la pelle verde e sei un quadrupede erbivoro, puoi essere amico di un arruffato cucciolo di mammifero. Vedila come vuoi, ma a me questa morale piace un bel po’. Soprattutto di questi tempi.

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Diego Cajelli

Diego Cajelli

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